Cocktail vs Bevanda Arlecchina

Qualche anno fa ho scritto per Il Tirreno questo pezzo sullo scottante argomento dei bar, com’erano e come sono.

 

Lo metto sul sito proprio oggi per un motivo preciso: perché l’ho ritrovato per sbaglio cercando un’altra cosa, e siccome non si butta via nulla eccolo qui.

 

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Quando ero piccolo avevo tanti sogni, ma soprattutto due: andare con le donne e andare al bar. Non sapevo perchè, e non avevo idea di cosa avrei fatto il giorno che finalmente mi fosse riuscito di metterli in pratica, però vedevo che i grandi non pensavano ad altro e allora mi fidavo di loro. Anzi, nella mia ignoranza credevo che il massimo sarebbe stato unire quelle due passioni, andando al bar in compagnia delle donne. Gravissimo errore, e infatti mio zio che la sapeva lunga mi spiegò che certe attività non vanno mai mischiate: a me mi garba la caccia e mi garba il cinema, ma secondo te quando vado a vedere un film mi porto dietro un cinghiale? Io ho fatto di sì con la testa, poi di no, confuso da quella similitudine sbilenca in cui la donna forse era il cinghiale, e ho deciso che era molto meglio cominciare con quell’altra passione, quella del bar, che mi pareva più a portata di mano. Anche perchè –diversamente dalle donne- il bar certe volte riuscivo a sfiorarlo, a rubare qualche attimo della sua vita misteriosa mentre andavo nella saletta sul retro dove c’erano i videogiochi.

Passandoci per un secondo, vedevo le file degli alcolici dietro al bancone, colle bottiglie strane e i nomi clamorosi: amaro Algar, Punt e Mes, Don Bairo l’Uvamaro… così preziosi che andavano versati in bicchieri piccolissimi, per bagnare le labbra dei ruvidi maestri di vita che intanto giocavano al biliardo, sacramentavano e riempivano il locale di fumo e sentenze definitive su qualsiasi argomento, aiutati da vecchi ruvidi e catarrosi che si strizzavano intorno ai tavolini per sfondarsi di partite alle carte e parlare male dei giovani, dell’Italia, di tutto quello che aveva il coraggio di passargli davanti. Al bar insomma non si andava per socializzare, ma per dissociarsi. Per tenere chiuso fuori il resto del mondo, e fregarsene dei suoi ritmi, dei codici e delle regole, delle sue pallose formalità.

Là fuori succeda quel che deve succedere, noi qua dentro si beve, si gioca e si fa quel che ci pare. E io, quando passavo di lì per andare nella saletta dei videogiochi, cercavo di camminare lentissimo e assorbire più vita che potevo, e non vedevo l’ora di crescere fino al giorno in cui quel paradiso sarebbe stato finalmente mio. Ma poi, quando ho avuto l’età per realizzare il mio sogno di andare al bar, i bar sono morti. O meglio, hanno cambiato faccia, hanno cambiato anima, e anche se oggi locali e cocktail bar sono più fitti dei lampioni, i bar dove una volta andavano i grandi non esistono più. Quel nido sicuro, staccato dalla realtà quotidiana, quell’incrocio tra parco giochi e riserva naturale per babbi e zii, è stato rimpiazzato da locali che sono invece il massimo della socializzazione, una voliera gigantesca dove infilare uomini e donne per farli conoscere e figliare.

E non si dovrebbe mai essere nostalgici, altrimenti si finisce a rimpiangere gli anni in cui per autarchìa i bar si chiamavano “mescita” e i cocktail erano la “bevanda arlecchina”. Però ecco, insomma il cambiamento è stato davvero radicale.

Quello che prima era un buco illuminato da un neon e un’insegna luminosa del Vov, adesso è un ambiente “carino” ed elegante, con luci soffuse e musica zuccherosa che crea l’atmosfera, mentre una volta tutti sapevano che l’unico a creare l’atmosfera era il brandy Vecchia Romagna etichetta nera. Oggi pareti bianchissime, arredo essenziale e anch’esso bianco, l’impressione è quella di stare in un ambulatorio. Ci si presenta tutti in tiro e si sta attenti a come si parla, come si balla, come si sorseggia l’Americano Sbagliato. Se in un posto del genere entrasse per caso un anziano con le carte in mano, verrebbe guardato come un alieno e scacciato verso l’ospizio più vicino.

E invece del tavolo da biliardo trionfa il tavolinetto basso in stile giapponese, carico di vassoi con gli “stuzzichini” da aperitivo, che la folle concorrenza tra i bar ha ormai trasformato in un banchetto surreale: le vecchie ciotole con due olive, salatini e noccioline sono il triste ricordo di un’epoca di stenti, schiacciato da maestose teglie di pasta al forno, vassoi di riso freddo e cus cus, pentole di polenta col coniglio in umido. E nel bar si mangia, si beve, si sorride e ci si guarda intorno.

Le donne sono in tiro come se ogni sera fosse capodanno, gli uomini si salutano gasati e carichi, tutti ossessionati dal mettersi in mostra, dallo scattare foto che li certifichino al centro del divertimento, impegnati nell’inutile tentativo di trasformare ogni solita giornata in un evento eccezionale.

E ingollando teglie di maccheroni e litri di gin tonic, cerchiamo di buttare giù anche la consapevolezza che di eccezionale, in tutto questo, c’è davvero poco.

 

CINEFOSSUM 5 – IL LAGO DEI MORTI VIVENTI

LE LAC DES MORTS VIVANTS / ZOMBIE LAKE

(Jean Rollin, 1981)

 

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C’è un laghetto in un bosco, arriva una ragazza che si spoglia tutta nuda e si sdraia su un tronco, poi fa il bagno nel lago anche se c’è un cartello che dice che non si può, e infatti sott’acqua ci sono gli zombi che la mangiano.

 

Poi uno zombi esce dal lago, vede una signora che stende i panni e ammazza anche lei, e la gente del paese prende il cadavere e lo lascia davanti alla porta del sindaco, che apre e ci rimane sorpreso.

Poi dal sindaco va una giornalista, e lui le racconta di questo soldato nella guerra mondiale che incontra una ragazza e si leva l’uniforme e sotto non ha le mutande e fanno subito all’amore, poi lei rimane incinta e partorisce e lui muore perché gli sparano in un occhio e poi i partigiani lo buttano nel lago come tutti gli altri soldati morti.

Poi sul lago arriva il pulmino di una squadra di basket femminile, le ragazze escono e però si mettono a giocare a pallavolo, poi si spogliano nude e si buttano nel lago e gli zombi ammazzano anche loro, tranne una che arriva a tette nude al bar del paese e urla “il lago! Il lago!” e sviene su un tavolino.

 

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A questo punto il sindaco pensa che è il caso di chiamare la polizia, arrivano due ispettori e il sindaco gli spiega che nel medioevo sul lago ci facevano le messe nere e poi ci buttavano dei bambini per sacrificio, e sicuramente quando ci hanno buttato i soldati hanno rinnovato il rituale.

Gli ispettori vanno al lago e gli zombi ammazzano anche loro, poi ammazzano uno coi baffi e una donna che fanno all’amore in una stalla, poi arrivano al bar e ammazzano tutti i clienti. Poi si vede una ragazza in un campo che si lava dentro una tinozza, spunta uno zombi dal granturco, lei urla e intanto finisce di insaponarsi, poi muore. Poi gli zombi ammazzano anche un’altra donna che si aggiusta le calze vicino a una casa, poi tornano nel lago.

 

 

ZombieLake23I paesani rimasti vivi si radunano intorno alla casa del sindaco, che dice “dobbiamo prendere atto che gli zombi ci hanno

dichiarato guerra”. La giornalista gli consiglia di usare il napalm, e il sindaco felicissimo la abbraccia e le dice “Meraviglioso! Grazie Katia, hai salvato questo paese dalla distruzione e me dalla disperazione”. Poi arriva la notte (anche se c’è il sole) e pure gli zombi. La giornalista vuole fare delle foto ravvicinate e muore. Una ragazzina, che era la figlia del soldato zombi buttato nel lago, li attira in un mulino e ce li chiude dentro, arrivano i paesani col napalm e li bruciano, e vivono tutti felici e contenti.

A parte gli zombi.

 

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Oscar di Esche

Eccoci,

allora, da oggi se uno lo vuole c’è l’Oscar di Esche Vive.

Chi diceva che ormai si trovava male, che la copertina rigida non gli garbava, che costava troppo.

Adesso si trova, adesso è morbido, adesso costa poco.

Se uno lo vuole, chiaro, sennò no.

 

 

Fate i bravi,

non fatemi stare in pensiero,

f

Esche Oscar

 

 

il Pirata sul Corriere

Eccoci,

la settimana di Natale, su La Lettura del Corriere della Sera c’era questa cosa mia su Marco Pantani.

Se uno non l’ha letta e invece la vuole leggere, pigia qua sotto (una pagine dopo l’altra) e via.

fate i bravi,

f

Congestione

L’anno scorso l’imprescindibile Matteo B Bianchi ha chiesto a un po’ di autori di scrivere una definizione della parola italiana che gli era più cara, da mettere sul Dizionario Affettivo della Lingua Italiana 2.0.
Io ho scelto Congestione, e siccome ogni tanto me la richiedono, più o meno eccola qui.